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Losano fala sobre a democracia e a religião em Bobbio |
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04/06/08
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Norberto
Bobbio |
Paulo Sérgio Scarpa
Do JC
O professor italiano Mario Losano falou
sobre a democracia e o direito na obra do filósofo e senador vitalício
italiano Norberto Bobbio (1909-2004) na sede do Tribunal Regional
Federal (TRF), no Recife, para desembargadores, juízes, políticos e
público em geral. A conferência, em italiano e português, tratou do
pensamento socioliberal de Norberto Bobbio e até de sua visão, única
entre os italianos na década de 80, sobre a importância da Teologia da
Libertação, da Igreja Católica, como incentivo à formação de lideranças
sociais e da sedimentação da democracia.
A seguir, leia na íntegra a conferência de Mário Losano
intitulada Democrazia, diritto e laicità in Norberto Bobbio.
"Bobbio aveva visitato
una sola volta il Brasile, nel 1982, e ne era rimasto affascinato. A
Carlos Henrique Cardim, che lo aveva invitato, scriveva: "È il ricordo
di uno dei più interessanti viaggi della mia vita". Parlandomi di quel
suo viaggio, mi riferiva del successo avuto citando Tobias Barreto (che
conosceva attraverso un mio articolo: "È stato un figurone") e
dell'imbarazzo per essere presentato come "Maestro": "Maestri sono solo
i grandi", e pensava a Hobbes, a Kant. Da quel nostro colloquio Bobbio
uscì rassicurato, perché gli spiegai che "Mestre" è più corrente in
Brasile che "Maestro" in Italia, e io tranquillizzato, perché quel mio
articolo su Barreto aveva avuto una consacrazione ufficiale, e non
poteva più essere considerato un mio cedimento all'esotismo giuridico.
Di Bobbio sono state tradotte in Brasile quasi trenta opere, e
molti ne hanno di certo letto altre direttamente in italiano. Questo mi
consente di non proporre qui una sintesi della sua biografia culturale,
ma di concentrarmi sul Bobbio teorico della democrazia e sul Bobbio
polemista politico: due facce della stessa medaglia. Vedremo così che il
Bobbio polemista politico, quando difendeva i valori in cui credeva, non
era per niente "mite" (anche se della mitezza diceva: è "una virtù che
prediligo"): e sulla "mitezza" ritorneremo alla fine di queste pagine.
1. Kelsen e la "Scuola
di Torino".
All'inizio degli anni Trenta, tre giovani piemontesi - destinati
a una brillante carriera universitaria - erano in viaggio verso la
Germania. Si erano appena laureati, uno in filosofia (Lodovico
Geymonat), due in giurisprudenza: Norberto Bobbio e Renato Treves. Erano
involontariamente il simbolo del pluralismo di quelle terre: Geymonat
portava il nome più tipico delle valli valdesi, Treves discendeva da una
famiglia ebrea e Bobbio da una cattolica. La vita li avrebbe poi portati
a distaccarsi dalla religione dei padri, ma in quel viaggio in Germania
- la Germania ideale come fonte del sapere, anche se sulla soglia dei
suoi anni più oscuri - li vedeva ancora saldamente legati alle radici
della tradizione.
Lodovico Geymonat (1908-1991) avrebbe poi seguito una brillante
carriera di filosofo della scienza, che qui non possiamo descrivere. I
due fraterni amici Bobbio (1909-2004) e Treves (1907-1992) - i numi
protettori della mia gioventù e prima maturità - avrebbero plasmato gli
studi delle scienze sociali in Italia nel resto di quel travagliato
secolo XX. E, in verità, quasi nessun travaglio di quel secolo fu loro
risparmiato. Mentre viaggiavano in Germania, quel plumbeo futuro era
ancora indefinito e si annunciava soltanto con le nere nubi
all'orizzonte del totalitarismo in ascesa.
Quel viaggio avveniva nel solco della tradizione della "Scuola di
Torino", poiché era stato prescritto dal loro comune maestro Gioele
Solari, il filosofo del diritto della facoltà di Torino. Renato Treves
ricorda che, dopo essersi laureato con una tesi su Saint-Simon, aveva
espresso il desiderio di affrontare la carriera accademica. Le direttive
di Solari erano state perentorie: "In una delle sue leggendarie
paternali, - ricordava Treves ancora quarant’anni dopo, - egli mi ammonì
che per fare il filosofo del diritto a nulla mi sarebbero serviti gli
studi che avevo fino allora compiuti e che avrei dovuto cominciare da
principio e mettermi a studiare il tedesco e la filosofia tedesca".
Lo stesso valeva per Bobbio, che coscienziosamente si laureò
anche filosofia. I due partirono per la Germania con compiti ben
precisi: Bobbio doveva preparare un libro sull'esistenzialismo, Treves
un libro sulla filosofia neokantiana. Fu dunque per questa via che
Treves si accostò alle opere di Kelsen e le fece conoscere in Italia. Le
vicende esistenziali e accademiche portarono poi Treves a emigrare nel
1938 in Argentina, a scoprire la sociologia moderna e a fondare in
Italia la scuola di sociologia del diritto. Bobbio invece, terminato il
lavoro per la libera docenza sull'esistenzialismo, si dedicò al
positivismo giuridico e a Kelsen.
Questo breve excursus biografico dovrebbe mettere in luce che il
"kelsenologo" originario, a Torino, fu Renato Treves. Fu a Treves che
Hans Kelsen - ormai rassegnato alla sua terza emigrazione - inviò il
testo originario della Reine Rechtslehre, cioè il manoscritto di
quella prima edizione dell'opera di filosofia del diritto più fortunata
del XX secolo. Treves ne fu il primo traduttore. La vicinanza fra Bobbio
e Treves e la rilevanza giusfilosofica del pensiero di Kelsen fecero sì
che Bobbio fosse poi uno dei più vivi analisti e diffusori del pensiero
di Kelsen nell'Italia del dopoguerra.
Ho già ricordato che Hans Kelsen non fu sempre al centro del
pensiero di Bobbio, ma che comunque non ne fu mai assente:
Na vida de Bobbio, o estudo do direito e o da política sempre
estiveram fortemente conexos. Todavia, na sua vida cultural e acadêmica,
o interesse pelos temas mais jurídicos que políticos dominou numa
primeira fase, enquanto numa segunda fase predominaram os temas mais
políticos que jurídicos. Essa mudança de acentos nos seus estudos se
traduziu em 1973 na passagem da faculdade de direito àquela de ciências
políticas, sempre em Turim. Assim, encontrei-o nas salas de aula
turinenses enquanto vivia a "primeira fase" e se interessava pelo
positivismo jurídico e pela filosofia analítica do direito. Por isso,
fui por ele endereçado a Hans Kelsen. Com um gesto de confiança que
ainda hoje me surpreende, em 1959 me confiou a tradução da segunda
edição da Doutrina pura do direito.
In quella che, per comodità, potremmo qui chiamare la prima fase
del pensiero di Bobbio, quella cioè più legata alla filosofia del
diritto e al positivismo giuridico, si ritrovano a mio giudizio gli
elementi caratteristici di tutto il pensiero, anche successivo, di
Bobbio.
Dal punto di vista filosofico, Kelsen separa nettamente il
diritto positivo dai valori. Questa separazione conduce necessariamente
al relativismo, spesso interpretato in maniera errata: per Kelsen i
valori non sono indifferenti, ma equivalenti; nessun valore può
pretendere di valere più di un altro, di essere cioè un valore assoluto.
In questo contesto dicotomico si colloca quindi la polemica tra
positivismo giuridico e giusnaturalismo, uno dei temi ricorrenti in
Kelsen. Per Kelsen - seguendo la linea della filosofia neokantiana, che
separa inconciliabilmente la realtà dal precetto, l'essere dal dover
essere - il diritto non deve essere valutato secondo un valore
meta-giuridico, ma deve essere studiato dal giurista così com'è. Il
giurista deve occuparsi soltanto del diritto positivo perché, se si
occupasse anche dei valori che lo ispirano o che dovrebbero ispirarlo,
farebbe opera non di giurista, ma di politico o di sociologo o di
filosofo morale. In questo senso Kelsen è rigorosamente positivista.
Però, tolto il riferimento a un valore, l'ordinamento giuridico
sarebbe un ammasso di norme generali e individuali generate dal potere
legislativo e giudiziario sotto la pressione degli eventi esterni. I
presupposti filosofici neokantiani portano Kelsen a dare ordine a questo
caos di norme positive richiamandosi alla nozione di sistema,
ereditata da una lunga tradizione giunta a lui attraverso Kant e i
neokantiani: al di sopra di queste norme positive sta la norma
fondamentale, che attribuisce validità a ciascuna norma secondo una
struttura piramidale dell'ordinamento.
È superfluo ricordare che questa norma fondamentale è oggetto di
infinite contestazioni: basti ricordare che Kelsen cita più volte un
altro filosofo del diritto torinese, Alessandro Passerin d'Entrèves, per
confutare la constatazione di quest'ultimo, secondo cui la norma
fondamentale riconduce al giusnaturalismo anche la dottrina pura del
diritto. È invece importante ricordare che questa (criticabile)
costruzione kelseniana segna una svolta nella teoria generale del
diritto: con la dottrina pura del diritto l'attenzione dei teorici si
rivolge non più alla singola norma giuridica, ma all'ordinamento.
La separazione tra ordinamento giuridico e valore implica per
Kelsen una delimitazione dell'attività del giurista, che deve occuparsi
solo delle norme positive. Gli altri approcci hanno tutti pari dignità
scientifica, ma appartengono a settori disciplinari diversi dal diritto.
È per questo che Renato Treves, nel periodo della sua vita dedicato alla
sociologia del diritto, sostiene con ragione che da Kelsen si può
ricavare ex negativo una sociologia del diritto, cioè una scienza del
diritto come realtà e non come precetto, come essere e non come dover
essere. È per questo che Bobbio, seguendo criticamente il positivismo
giuridico kelseniano, scrive dapprima una teoria della norma, poi una
dell'ordinamento, oggi riunite in un unico volume. È per questo, infine,
che lo stesso Kelsen riconosce - per così dire, "editorialmente" -
l'insostituibile importanza del valore della giustizia, pubblicando in
appendice alla seconda edizione della Reine Rechtslehre una
piccola monografia intitolata Il problema della giustizia. Quella
collocazione in appendice vuol dire: non si può trattare del diritto
senza parlare del valore di giustizia; ma le due cose vanno tenute
nettamente separate.
2. Dal diritto alla democrazia.
A proposito di Bobbio, giustamente ha scritto Miguel Reale che,
"em sua longa vida criadora, nenhuma aspiração terá sido maior do que a
persistente indagação de Bobbio à essência da democracia , que
uns fundam na liberdade, enquanto outros invocam a igualdade".
Bobbio propendeva senz'altro per l'eguaglianza, anche se per lui i due
valori sono complementari. Il desembargador Paulo Gadelha ha colto nel
segno, ricordando che il senatore Bobbio, "no mar dos processos
políticos e econômicos, navegava sonhando outra direção: um modelo onde
fosse possível a convivência entre a liberdade e a vida con dignidade".
Ma, nonostante la sua eccezionale influenza sul pensiero politico
italiano, nonostante la sua nomina a senatore a vita, nonostante i
costanti contatti con i partiti politici italiani, Bobbio restò sempre e
soltanto un professore.
Il relativismo dei valori è il fondamento non solo del
positivismo kelseniano, ma anche della sua concezione della democrazia.
Senza relativismo dei valori, non c'è democrazia né tolleranza. E senza
tolleranza non c'è pace. Da un valore che ritiene di essere superiore
agli altri nasce un ordinamento giuridico giusnaturalistico e un sistema
politico autoritario. La democrazia è possibile soltanto se i valori
presenti in una società sono equivalenti, perché soltanto sulla base di
questo presupposto è possibile l'alternarsi di maggioranza e minoranza.
Da questa presa di posizione discende l'aperta condanna del
fascismo, che Bobbio pagò con la prigione e Treves con un lungo esilio.
Ma deriva anche la condanna degli autoritarismi, per così dire, "deboli"
o "minori", contro cui Bobbio si schierò in prima linea sia negli
scritti scientifici, sia negli interventi militanti nei mezzi di
comunicazione. Basti pensare, negli anni Cinquanta, alla celebre
polemica con Palmiro Togliatti. Questa polemica però non lo fece mai
arroccare sulle posizioni anticomuniste, tanto che questa sua apertura
ai valori della sinistra fu oggetto di attacchi anche violenti da parte
non solo delle destre, ma anche di alcuni settori dell'allora Democrazia
Cristiana. Ma erano gli asfissianti anni Cinquanta: al sindaco cattolico
di Firenze, La Pira, bastò un atteggiamento aperto verso la sinistra
(oggi si direbbe: ecumenico) per essere definito "il pesce rosso
nell'acquasantiera". Ma, in tempi più recenti, bisogna anche ricordare
la polemica aperta contro il decisionismo amorale del socialista Bettino
Craxi (che lo ripagò con pubblici insulti; e la nomina di Bobbio a
senatore a vita venne dal Presidente della Repubblica, il socialista
Sandro Pertini, quasi come un atto riparatorio), contro il "peronismo
mediatico" dell'imprenditore Berlusconi e contro la Chiesa
anti-conciliare dell'attuale Papa Giovanni Paolo II.
Mi sembra rivelatore che, nelle polemiche alla fine del secolo
XX, siano ritornati i temi e le parole degli anni Cinquanta-Sessanta,
quasi a dimostrare che il processo storico non è lineare, ma conosce
avanzamenti e regressi. Uno dei termini-chiave di questo ritorno è
"laicismo". Era un termine corrente alla fine degli anni Cinquanta,
quando io frequentavo le lezioni di Bobbio. Oggi sarei propenso a
definirlo come il contrario di "fondamentalismo" (religioso o politico),
termine allora mai usato.
Il laicismo non deve far pensare all'anticlericalismo, che pure
ebbe tanto spazio nella storia dell'Italia unita. Per Bobbio,
l'anticlericalismo era tanto anti-laico quanto l'inflessibilità
religiosa o ideologica: per Bobbio non c'era differenza tra preti rossi
e preti neri. Essere laico significava per Bobbio essere contrario agli
eccessi dei valori assoluti (qualunque essi fossero), non essere
contrario alla Chiesa contrapponendo un valore assoluto a un altro
valore assoluto. Bobbio era un laico con un fortissimo senso religioso.
Basta rileggere le sue ultime volontà del 1999:
Creio que não me distancei nunca da religião dos pais, mas da
Igreja, sim. Dela me distanciei já há um tempo excessivo, para agora
voltar, meio furtivamente, na última hora. Não me considero nem ateu nem
agnóstico. Como homem de razão e não de fé, compreendo estar mergulhado
no mistério que a razão não consegue penetrar em profundidade, e as
várias religiões interpretam de vários modos.
Ma questa sua religiosità laica, questo rispetto per chi crede,
non deve essere frainteso e, in particolare, non va interpretato come
un'accettazione di valori religiosi, che pure erano stati propri
dell'esistenza giovanile di Bobbio: "Me ne sono allontanato ormai da
troppo tempo per tornarvi di soppiatto all’ultima ora", scriveva nel
1999.
Un'intervista di Don Maurilio Guasco, suo allievo e oggi docente
alla facoltà di scienze politiche di Alessandria, ha messo bene in
chiaro questa linea di separazione: Bobbio "ammetteva pienamente la
possibilità di cercare risposte al mistero della vita e della morte
attraverso le varie religioni. Ma per sé aveva scelto invece la ragione,
la razionalità". Era, come Bobbio stesso aveva scritto nelle ultime
volontà, un "uomo di ragione e non di fede": e per "fede" intendeva ogni
credo assoluto, tanto religioso, quanto politico.
Leonardo Boff ricorda come religione e Chiesa fossero presenti,
ancorché in collisione, nell'atteggiamento di Bobbio quando nel 1991
l'Università di Torino attribuì a Boff la laurea honoris causa:
Em meio ao conflito que nos anos 80 e 90 envolveu a teologia da
libertação, foi Bobbio dos poucos pensadores europeus que, de imediato,
compreendeu a relevância desta teologia para uma democracia como valor
universal a ser vivida a partir da base e dos últimos. Captou a
relevância política das comunidades eclesiais de base e da leitura
popular da Bíblia porque não apenas criam cristãos militantes mas também
agentes de transformação social. Em razão destes valores, quis honrar
esta significação política, fazendo com que a Università degli Studi de
Turim, onde era eminente professor, me concedesse, em nome de tantos, o
título de Doutor Honoris Causa em Política, o que ocorreu no dia 27 de
novembro de 1991. Lembro-me de que o Vaticano e o Cardeal de Turim
pressionaram as autoridades da Universidade para que não concedessem
este título a um teólogo "maldito" como eu. O Prof. Bobbio protestou com
veemência e fez valer a autonomia da universidade.
Foi nesta ocasião que conversamos longamente, no dia antes da
cerimônia e no dia após quando participei de um debate público num dos
salões da cidade. Arguto, foi ao cerne da questão que interessava a ele
e a mim: o sentido singular que nós, teólogos da libertação, dávamos aos
pobres. A maioria tem dificuldade de entender esta questão e ele a havia
captado em sua diferença específica.
Il laico Bobbio guardava con interesse e preoccupazione alle
religioni dei nostri giorni, ai conflitti che esse suscitavano nei
Balcani e nel Medio Oriente. Tra le religioni, Bobbio auspicava "il
rafforzamento di un principio fondamentalmente laico, la regola della
convivenza laica per eccellenza, che è la tolleranza. Se mi chiedi quale
sia per me un mondo migliore auspicabile nel nuovo millennio, rispondo
che sarà soltanto quello in cui trionferà il principio laico,
laicissimo, della tolleranza universale".
Tolleranza, relativismo dei valori, positivismo giuridico,
sistema democratico, laicismo: tout se tient.
3. Le ultime polemiche nel segno
della coerenza.
Bobbio fu un filosofo militante, come ha messo bene in luce
Gustavo Krause; e lo fu con le asperità e le durezze che ogni militanza
comporta: anche se la militanza è di idee, e non di parte o di partito.
Ora che non c'è più, temo che trasformino il suo laicismo in
atteggiamento irenico, in una visione ideologica in cui tutti i gatti
sono grigi. Temo anche la distorsione contraria, cioè che gli facciano
dire quello che non ha detto, che ne facciano un "chierico" di parte, e
non - come intendeva lui per "chierico" - uno studioso che milita dalla
parte della ragione. Prima che il mio Maestro venga travolto dal
restyling revisionista o dalla melassa post-mortem, vorrei qui
ricordarlo nella ruvida umanità della sua militanza democratica. Basterà
un solo esempio.
Alla fine del 2000, la Fondazione Nenni organizzò un incontro per
chiarire che cosa si dovesse intendere per "revisionismo storico".
Bobbio pubblicò su "La Stampa" un articolo che passò come carta vetrata
sui sorrisi di molti politici e intellettuali e suscitò una tempesta di
polemiche. Basti qui citare i punti che più rivelano il Bobbio
militante.
a) Sin dall'inizio degli anni Novanta, quando il governo di
centro-destra iniziò a governare l'Italia, Bobbio si mostrò fortemente
critico verso quella formazione eterogenea, cementata soltanto dalla
carismatica potenza economica di un leader in gravi difficoltà anche
giudiziarie. Manifestava spesso questa sua preoccupazione, come dimostra
una lettera a Carlos Henrique Cardim.
Em carta, Bobbio assinalou a preocupação pela "análise das formas
degenerativas da sociedade contemporânea e suas estreitas relações com o
poder da televisão, em modo particular da televisão comercial". "Estou
muito interessado – afirmava Bobbio - no tema da formação da mentalidade
de massa na sociedade dominada por aquela formidável máquina de formação
de consenso que é a televisão". "Fui criticado por aqueles que têm
interesse em apoiar o poder atual de grande monopolização da TV
comercial, que é, como disse, um grande e ameaçador poder político
(ameaçador para a nossa democracia). Necessito defender-me, e ter bons
argumentos para fazê-lo".
In parallelo all'ascesa politica delle destre (ben più visibili e
aggressive dei nuovi partiti di centro) nacque la polemica sul
revisionismo storico (che in alcuni casi divenne negazionismo, nel senso
che negava l'esistenza stessa dell'Olocausto). Bobbio precisò i
concetti, poi diede battaglia.
A differenza della revisione, il revisionismo è un'ideologia che,
come tutte le ideologie, ha una funzione eminentemente pratica. Lo scopo
pratico di un'ideologia sta nell’orientare il giudizio storico in un
senso favorevole o sfavorevole a una parte politica, non attraverso la
sola revisione di fatti o di interpretazioni, ma modificando e talora
capovolgendo il giudizio storico consolidato. Proprio perché è
un'ideologia, al revisionismo si addice la tipica dicotomia di destra e
di sinistra. [...]
Le due operazioni revisionistiche oggi dominanti sono la
rivalutazione del fascismo e la svalutazione o denegazione della
Resistenza.
Della prima il più recente episodio è la proposta del controllo
dei libri scolastici, avanzata da uno dei leader di Alleanza Nazionale,
Francesco Storace.
Quanto al secondo revisionismo, è anch’esso di questi giorni
[cioè del dicembre 2000] il tentativo di mettere sullo stesso piano di
"pari dignità" la lotta condotta dai partigiani per la liberazione
dell’Italia dall’occupazione tedesca e quella opposta dei militi più o
meno volontari della Repubblica di Salò. [...] Ma questa dignità è sin
troppo facilmente confutabile. Come ho già scritto sulla "Stampa" basta
porsi l’ovvia ed elementare domanda su quali sarebbero state le
conseguenze della vittoria dei repubblichini alleati coi tedeschi,
invece di quella dei partigiani combattenti dalla parte degli alleati
nella guerra antinazista. Non sarebbe stata la perpetuazione, anzi il
rafforzamento, del dominio del nazismo sull’intera Europa?
b) Da una piega dell'intervista trapela la critica, anzi quasi
l'insofferenza di Bobbio per il centro-destra, che sente come una
minaccia per l'ordinamento democratico a causa delle sue posizioni
intolleranti verso l'opposizione.
Silvio Berlusconi ci ha fatto sapere recentemente, parlando ai
ragazzi di Comunione e Liberazione, che il combattere contro il
comunismo è un dovere morale. Ma dopo le sguaiataggini di Storace e le
sciocchezze costituzionali di Bossi non è forse un dovere morale per noi
usare tutti i mezzi che la democrazia ci consente per impedire al Polo
di vincere le prossime elezioni? La conseguenza di questa vittoria
sarebbe inevitabilmente un governo con un presidente come Berlusconi, un
vicepresidente come Fini, un ministro degli Interni come Bossi o Maroni.
E perché poi Storace non potrebbe diventare ministro dell’Istruzione o
dei Beni culturali?
Qui Bobbio fu profeta, perché nel 2000 previde quello che sarebbe
effettivamente avvenuto di lì poco nel secondo governo presieduto da
Berlusconi: Fini, ex neofascista, divenne vicepresidente del consiglio,
Maroni (della Lega Nord separatista) divenne ministro del welfare. Un
governo, però, in cui il fautore del separatismo del Nord, Umberto
Bossi, è ministro delle riforme costituzionali: quelle cioè che devono
sancire la dissoluzione dello Stato unitario italiano. Neppure il
tradizionale pessimismo di Bobbio si era spinto fino a questo punto.
D'altra parte, Bobbio non si era mai illuso sulla possibilità che
gli intellettuali fossero presi in seria considerazione dai politici,
cioè che la ragione potesse essere una bussola per la politica. Era un
tema che concludeva quasi tutti i nostri colloquii sulla politica
italiana e che conclude anche un suo libro che traccia un nitido quadro
ideologico del Novecento. I problemi dell'Italia degli anni Novanta
erano per lui dovuti al "venir meno di quella tensione ideale da cui la
nostra repubblica era nata". E lui, l'uomo del dubbio, concludeva questa
volta: "La mia risposta non è dubbia. Ma è la risposta di un "chierico"
e potrebbe essere una prova di quel perenne contrasto che fra gli uomini
di idee e gli uomini di azione, la cui constatazione è stata, in queste
pagine, un tema costante di riflessione".
c) La parte forse più criticata di quell'intervista coinvolge il
rapporto di Bobbio con la Chiesa, che con il "giubileo dei politici"
aveva richiamato a Roma numerose figure di primo piano. Fu un'entrata
della Chiesa nel campo della politica che già altri aveva definito
l'"eutanasia della laicità" (Rusconi).
Per quel che riguarda il capitolo sul laicismo (che è l’altro
tema del convegno della Fondazione Nenni) mi limito a commentare
l’arrivo di parlamentari da tutto il mondo per aderire alla proposta di
un santo protettore fatta dal Papa. A parte l’osservazione che, con
questa familiarità coi santi, Giovanni Paolo II dimostra di essere un
perfetto Papa della controriforma, il fatto che alla elezione di santo
protettore dei parlamentari sia stato chiamato Tommaso Moro, giustiziato
con il taglio della testa per aver condannato lo scisma di Enrico VIII,
ha qualche cosa, se non di macabro, di beffardo.
Tommaso Moro è stato un martire della fede: non si riesce a
capire quale modello possa essere per uomini politici il cui impegno è
rivolto a trattare tutt’altro genere di affari.
Questa parte dell'intervista suscitò innumerevoli polemiche,
specie da parte cattolica, cui Bobbio rispose con un'altra lunga
intervista, che va letta tenendo presente le osservazioni iniziali sulla
religiosità di Bobbio. La sua posizione intellettuale risulta
particolarmente netta con riferimento all'elevazione di Tommaso Moro a
santo patrono dei politici.
Dal mio punto di vista, che è quello di un laico, creare un santo
patrono protettore dei governanti e dei politici mi sembra un atto che
evoca la Controriforma. Può darsi che io non abbia tanta dimestichezza
con i santi, come ha suggerito il senatore Andreotti, però è noto che il
Concilio di Trento, fra le altre cose, dichiarò legittimo, anzi
doveroso, il culto dei santi, ripudiato dalla Riforma. Tempo fa ho letto
nel bel libro Tribunali della coscienza, che lo storico Adriano Prosperi
ha pubblicato da Einaudi nel 1996, come la Chiesa affidasse allora
all’Inquisizione non solo la lotta all’eresia, ma anche la ratifica
della santità, per esercitare uno stretto controllo sulle forme di
devozionismo popolare.
In quella seconda intervista Bobbio non recede neppure nella
critica al futuro governo che, nel 2000, si annunciava all'orizzonte:
con quella frase [non è forse un dovere morale per noi, ecc.]
facevo il verso a Berlusconi, il quale aveva parlato di "dovere morale"
di votare contro i comunisti. In secondo luogo, altro è un governo
con il Cavaliere, altro un governo del Cavaliere, affiancato
da due partiti come la Lega e Alleanza nazionale, in contrasto fra di
loro e che non hanno una tradizione democratica alle spalle.
Il risultato delle elezioni doveva di lì a poco confermare le sue
apprensioni. Ma oggi, riconsiderando quella polemica a distanza di oltre
un decennio, mi commuove un aspetto non politico né militante, ma umano,
nascosto nelle ultime righe: quel costante pensiero della morte vicina
che lo accompagnò sempre più intensamente negli ultimi anni.
[Il senatore Cossiga] ha commentato il mio intervento dicendo
che, se lui sta arrivando alla fine della sua stagione, la fine della
mia è già arrivata. Proprio così. Ma quando si tocca il traguardo non ci
si può fermare di colpo. Si continua il cammino per un certo tratto di
strada, per forza d’inerzia. Sino a che lo scatto iniziale è esaurito.
Io oggi mi trovo a percorrere quest’ultimo tratto, che peraltro, posso
rassicurare Cossiga, è destinato a durare poco".
Dunque, Bobbio non era soltanto un polemista urticante. Il suo
lato umano è legato a quella mitezza - "una virtù che prediligo" - che
sembra quasi in contrasto con l'asprezza del filosofo militante. Ma la
sua mitezza è, a mio avviso, un modo di manifestarsi della sua
tolleranza, che riteneva la virtù fondamentale per conservare la società
democratica. Tuttavia è opportuno soffermarsi brevemente sul significato
del termine 'mitezza', per evitare fraintendimenti. Basti brevemente
ricordare che proprio su questo termine (e per un malinteso) si accese
una polemica con Giuliano Pontara, perché Bobbio aveva indicato, come
sinonimo della mitezza, la "non-violenza". "Identifico il mite con il
non violento" aveva scritto Bobbio, e Pontara - uno dei grandi teorici
della nonviolenza - gli aveva rimproverato di non considerare la
"nonviolenza attiva" di Gandhi e Capitini. La polemica fra i due amici
derivava dall'uso dei medesimi termini in sensi diversi, e buona parte
della colpa ricadeva sulla vaghezza del termine 'mite'.
4. Le difficoltà - non solo
semantiche - della "mitezza".
Vorrei concludere queste pagine con un richiamo a questo aspetto
"mite" di Bobbio: ne abbiamo visto le asperità del militante, ma quelle
asperità avevano il fine di affermare valori positivi, come la
tolleranza, l'eguaglianza, la nonviolenza, la mitezza nella vita
sociale. Proprio la difficoltà di esprimere i concetti che si celano
dietro questi termini mi ha indotto, oggi, a parlare in italiano: e
colgo l'occasione per ringraziarvi di avermi pazientemente seguito fin
qui.
Recentemente è stato tradotto anche in Brasile quell'Elogio
della mitezza che, in Italia, vide la luce nel 1998, sulle orme di
uno scritto del costituzionalista torinese Gustavo Zagrebelsky, Il
diritto mite. Zagrebelsky contrappone il rigido diritto legislativo
del passato al diritto costituzionale fondato su principî del presente,
e chiama quest'ultimo "mite", perché offre al giudice lo strumento per
adattarsi alle situazioni concrete senza ricorrere ai principî
positivististici "la legge è legge", "dura lex sed lex", "fiat iustitia
et pereat mundus". La traduzione brasiliana di Bobbio si intitola
Elogio da serenidade; e così si intitola anche un articolo recente
che si richiama a quella traduzione. Però ho qualche dubbio sul fatto
che "serenidade" possa tradurre il termine 'mitezza'. Anzi, già in
italiano il termine 'mitezza' suscita qualche perplessità anche in
Bobbio: "un aggettivo per definire una concezione [...] che corrisponda
a una concezione costituzionalistica, e non più soltanto legislativa,
del diritto, non c'è".
Che cosa significa per Bobbio (e anche per Zagrebelsky) il
termine 'mitezza'? "Tempo fa, - precisa Bobbio, - in una conferenza
sulla 'mitezza', una virtù che prediligo, l'avevo collocata tra le virtù
deboli, come la modestia, la moderazione, la temperanza, contrapposte
alle virtù forti, come il coraggio, l'ardimento, la prodezza". Per
Zagrebelsky, in qualche frase, "mite" è sinonimo di "moderato". Bobbio
osserva che, prima di Zagrebelsky, l'aggettivo "mite" non era mai stato
attribuito al diritto; la mitezza si addice soltanto al momento della
statuizione o dell'applicazione del diritto: una legge è mite, un
giudice è mite. La clemenza è la virtù del giudice o del legislatore
mite. La "convivenza mite" è quella "pacifica", e così si torna al
valore della democrazia come composizione dei conflitti, come
tolleranza, come via verso la pace. La "mitezza della costituzione" è il
"bando di ogni atteggiamento intransigente" nell'interpretare i
molteplici principî oggi presenti nelle costituzioni moderne. Bobbio non
ritiene poi che "equo" e "flessibile" possano essere sinonimi di "mite":
il primo perché si richiama alla nozione di equità come valutazione
secondo criteri personale, il secondo perché oggi usato nella
distinzione fra costituzioni rigide e flessibili. Insomma, conclude
Bobbio, questi tentativi di trovare dei sinonimi aiutano a capire che
cosa vuol dire "mitezza" nel contesto giuridico: "Alla fine, che cosa si
intende per 'mite' finisce per essere chiaro, anche se lessicalmente non
del tutto soddisfacente".
In questo scritto di Bobbio due punti possono essere di
particolare interesse, specialmente in Brasile dove spesso la
costituzione del 1988 non concorda con la legislazione ereditata da un
passato oggi rifiutato.
In primo luogo, l'interprete del diritto - e in particolare il
giudice - deve tenere conto non solo della legge, ma anche dei principî
presenti nella costituzione; principî che possono essere più d'uno, e
non necessariamente omogenei. Quindi l'applicazione del diritto non può
essere rigida, ma - e qui viene il problema terminologico - "mite", cioè
flessibile, moderata, clemente. Ho incontrato più volte, nelle sentenze
d'ogni grado in Brasile, questo uso dei principî costituzionali per
addolcire l'applicazione della legge. Basti pensare allo Statuto della
Terra del 1964 e alla funzione sociale della proprietà sancita dalla
costituzione del 1988.
In secondo luogo, lo stato sociale ha dato forza ai "principî
materiali di giustizia" che per Zagrebelsky sono la caratteristica del
diritto attuale. Essi trovano espressione nelle costituzioni lunghe, che
regolano materie prima affidate ad altri settori del diritto. ("Mi sono
già chiesto, - dice incidentalmente Bobbio, - se questa prospettiva non
ci spingerà verso costituzioni 'lunghissime'".) Il diritto
costituzionale sembra oggi ritornare verso una nuova concezione della
solidarietà, dopo un periodo che aveva conosciuto "una forte
subordinazione della logica dei diritti alle esigenze della politica".
Subordinazione che "spingeva uno studioso come Gustav Radbruch a
rifiutare come una "conventionelle Lüge", una menzogna convenzionale, il
tentativo delle "lunghe" costituzioni del primo dopoguerra di parlare di
una "funzione sociale" della proprietà". Il discorso della mitezza,
dunque, coinvolge anche la Costituzione del 1988 e la sua influenza
sulla legislazione e sulla giurisprudenza del Brasile odierno: tema che
può essere soltanto evocato, perché dal 1988 a oggi è ormai stata
scritta un'intera biblioteca di testi costituzionali, sociologici e
politici sulla "funzione sociale della proprietà".
Torniamo alle nostre modeste considerazioni sulla terminologia.
La mitezza (o moderazione) è una virtù del legislatore o del giudice,
non una qualità del diritto. Può essere resa in portoghese con
"serenidade"? Gli spagnoli hanno usato un termine che si trova anche in
Bobbio: "templanza", temperanza. Una delle virtù più care al Medioevo.
Forse "temperança" renderebbe meglio il concetto di "mitezza" che ho
cercato di illustrare brevemente? Affido la scelta alla sensibilità
linguistica dei lusòfoni."
(©
JC Online)
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