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Losano fala sobre a democracia e a religião em Bobbio

04/06/08

Norberto Bobbio

Paulo Sérgio Scarpa
Do JC

   O professor italiano Mario Losano falou sobre a democracia e o direito na obra do filósofo e senador vitalício italiano Norberto Bobbio (1909-2004) na sede do Tribunal Regional Federal (TRF), no Recife, para desembargadores, juízes, políticos e público em geral. A conferência, em italiano e português, tratou do pensamento socioliberal de Norberto Bobbio e até de sua visão, única entre os italianos na década de 80, sobre a importância da Teologia da Libertação, da Igreja Católica, como incentivo à formação de lideranças sociais e da sedimentação da democracia.

   A seguir, leia na íntegra a conferência de Mário Losano intitulada Democrazia, diritto e laicità in Norberto Bobbio.

   "Bobbio aveva visitato una sola volta il Brasile, nel 1982, e ne era rimasto affascinato. A Carlos Henrique Cardim, che lo aveva invitato, scriveva: "È il ricordo di uno dei più interessanti viaggi della mia vita". Parlandomi di quel suo viaggio, mi riferiva del successo avuto citando Tobias Barreto (che conosceva attraverso un mio articolo: "È stato un figurone") e dell'imbarazzo per essere presentato come "Maestro": "Maestri sono solo i grandi", e pensava a Hobbes, a Kant. Da quel nostro colloquio Bobbio uscì rassicurato, perché gli spiegai che "Mestre" è più corrente in Brasile che "Maestro" in Italia, e io tranquillizzato, perché quel mio articolo su Barreto aveva avuto una consacrazione ufficiale, e non poteva più essere considerato un mio cedimento all'esotismo giuridico.

   Di Bobbio sono state tradotte in Brasile quasi trenta opere, e molti ne hanno di certo letto altre direttamente in italiano. Questo mi consente di non proporre qui una sintesi della sua biografia culturale, ma di concentrarmi sul Bobbio teorico della democrazia e sul Bobbio polemista politico: due facce della stessa medaglia. Vedremo così che il Bobbio polemista politico, quando difendeva i valori in cui credeva, non era per niente "mite" (anche se della mitezza diceva: è "una virtù che prediligo"): e sulla "mitezza" ritorneremo alla fine di queste pagine.

1. Kelsen e la "Scuola di Torino".

   All'inizio degli anni Trenta, tre giovani piemontesi - destinati a una brillante carriera universitaria - erano in viaggio verso la Germania. Si erano appena laureati, uno in filosofia (Lodovico Geymonat), due in giurisprudenza: Norberto Bobbio e Renato Treves. Erano involontariamente il simbolo del pluralismo di quelle terre: Geymonat portava il nome più tipico delle valli valdesi, Treves discendeva da una famiglia ebrea e Bobbio da una cattolica. La vita li avrebbe poi portati a distaccarsi dalla religione dei padri, ma in quel viaggio in Germania - la Germania ideale come fonte del sapere, anche se sulla soglia dei suoi anni più oscuri - li vedeva ancora saldamente legati alle radici della tradizione.

   Lodovico Geymonat (1908-1991) avrebbe poi seguito una brillante carriera di filosofo della scienza, che qui non possiamo descrivere. I due fraterni amici Bobbio (1909-2004) e Treves (1907-1992) - i numi protettori della mia gioventù e prima maturità - avrebbero plasmato gli studi delle scienze sociali in Italia nel resto di quel travagliato secolo XX. E, in verità, quasi nessun travaglio di quel secolo fu loro risparmiato. Mentre viaggiavano in Germania, quel plumbeo futuro era ancora indefinito e si annunciava soltanto con le nere nubi all'orizzonte del totalitarismo in ascesa.

   Quel viaggio avveniva nel solco della tradizione della "Scuola di Torino", poiché era stato prescritto dal loro comune maestro Gioele Solari, il filosofo del diritto della facoltà di Torino. Renato Treves ricorda che, dopo essersi laureato con una tesi su Saint-Simon, aveva espresso il desiderio di affrontare la carriera accademica. Le direttive di Solari erano state perentorie: "In una delle sue leggendarie paternali, - ricordava Treves ancora quarant’anni dopo, - egli mi ammonì che per fare il filosofo del diritto a nulla mi sarebbero serviti gli studi che avevo fino allora compiuti e che avrei dovuto cominciare da principio e mettermi a studiare il tedesco e la filosofia tedesca".

   Lo stesso valeva per Bobbio, che coscienziosamente si laureò anche filosofia. I due partirono per la Germania con compiti ben precisi: Bobbio doveva preparare un libro sull'esistenzialismo, Treves un libro sulla filosofia neokantiana. Fu dunque per questa via che Treves si accostò alle opere di Kelsen e le fece conoscere in Italia. Le vicende esistenziali e accademiche portarono poi Treves a emigrare nel 1938 in Argentina, a scoprire la sociologia moderna e a fondare in Italia la scuola di sociologia del diritto. Bobbio invece, terminato il lavoro per la libera docenza sull'esistenzialismo, si dedicò al positivismo giuridico e a Kelsen.

   Questo breve excursus biografico dovrebbe mettere in luce che il "kelsenologo" originario, a Torino, fu Renato Treves. Fu a Treves che Hans Kelsen - ormai rassegnato alla sua terza emigrazione - inviò il testo originario della Reine Rechtslehre, cioè il manoscritto di quella prima edizione dell'opera di filosofia del diritto più fortunata del XX secolo. Treves ne fu il primo traduttore. La vicinanza fra Bobbio e Treves e la rilevanza giusfilosofica del pensiero di Kelsen fecero sì che Bobbio fosse poi uno dei più vivi analisti e diffusori del pensiero di Kelsen nell'Italia del dopoguerra.

   Ho già ricordato che Hans Kelsen non fu sempre al centro del pensiero di Bobbio, ma che comunque non ne fu mai assente:

   Na vida de Bobbio, o estudo do direito e o da política sempre estiveram fortemente conexos. Todavia, na sua vida cultural e acadêmica, o interesse pelos temas mais jurídicos que políticos dominou numa primeira fase, enquanto numa segunda fase predominaram os temas mais políticos que jurídicos. Essa mudança de acentos nos seus estudos se traduziu em 1973 na passagem da faculdade de direito àquela de ciências políticas, sempre em Turim. Assim, encontrei-o nas salas de aula turinenses enquanto vivia a "primeira fase" e se interessava pelo positivismo jurídico e pela filosofia analítica do direito. Por isso, fui por ele endereçado a Hans Kelsen. Com um gesto de confiança que ainda hoje me surpreende, em 1959 me confiou a tradução da segunda edição da Doutrina pura do direito.

   In quella che, per comodità, potremmo qui chiamare la prima fase del pensiero di Bobbio, quella cioè più legata alla filosofia del diritto e al positivismo giuridico, si ritrovano a mio giudizio gli elementi caratteristici di tutto il pensiero, anche successivo, di Bobbio.

   Dal punto di vista filosofico, Kelsen separa nettamente il diritto positivo dai valori. Questa separazione conduce necessariamente al relativismo, spesso interpretato in maniera errata: per Kelsen i valori non sono indifferenti, ma equivalenti; nessun valore può pretendere di valere più di un altro, di essere cioè un valore assoluto. In questo contesto dicotomico si colloca quindi la polemica tra positivismo giuridico e giusnaturalismo, uno dei temi ricorrenti in Kelsen. Per Kelsen - seguendo la linea della filosofia neokantiana, che separa inconciliabilmente la realtà dal precetto, l'essere dal dover essere - il diritto non deve essere valutato secondo un valore meta-giuridico, ma deve essere studiato dal giurista così com'è. Il giurista deve occuparsi soltanto del diritto positivo perché, se si occupasse anche dei valori che lo ispirano o che dovrebbero ispirarlo, farebbe opera non di giurista, ma di politico o di sociologo o di filosofo morale. In questo senso Kelsen è rigorosamente positivista.

   Però, tolto il riferimento a un valore, l'ordinamento giuridico sarebbe un ammasso di norme generali e individuali generate dal potere legislativo e giudiziario sotto la pressione degli eventi esterni. I presupposti filosofici neokantiani portano Kelsen a dare ordine a questo caos di norme positive richiamandosi alla nozione di sistema, ereditata da una lunga tradizione giunta a lui attraverso Kant e i neokantiani: al di sopra di queste norme positive sta la norma fondamentale, che attribuisce validità a ciascuna norma secondo una struttura piramidale dell'ordinamento.

   È superfluo ricordare che questa norma fondamentale è oggetto di infinite contestazioni: basti ricordare che Kelsen cita più volte un altro filosofo del diritto torinese, Alessandro Passerin d'Entrèves, per confutare la constatazione di quest'ultimo, secondo cui la norma fondamentale riconduce al giusnaturalismo anche la dottrina pura del diritto. È invece importante ricordare che questa (criticabile) costruzione kelseniana segna una svolta nella teoria generale del diritto: con la dottrina pura del diritto l'attenzione dei teorici si rivolge non più alla singola norma giuridica, ma all'ordinamento.

   La separazione tra ordinamento giuridico e valore implica per Kelsen una delimitazione dell'attività del giurista, che deve occuparsi solo delle norme positive. Gli altri approcci hanno tutti pari dignità scientifica, ma appartengono a settori disciplinari diversi dal diritto. È per questo che Renato Treves, nel periodo della sua vita dedicato alla sociologia del diritto, sostiene con ragione che da Kelsen si può ricavare ex negativo una sociologia del diritto, cioè una scienza del diritto come realtà e non come precetto, come essere e non come dover essere. È per questo che Bobbio, seguendo criticamente il positivismo giuridico kelseniano, scrive dapprima una teoria della norma, poi una dell'ordinamento, oggi riunite in un unico volume. È per questo, infine, che lo stesso Kelsen riconosce - per così dire, "editorialmente" - l'insostituibile importanza del valore della giustizia, pubblicando in appendice alla seconda edizione della Reine Rechtslehre una piccola monografia intitolata Il problema della giustizia. Quella collocazione in appendice vuol dire: non si può trattare del diritto senza parlare del valore di giustizia; ma le due cose vanno tenute nettamente separate.

 

2. Dal diritto alla democrazia.

   A proposito di Bobbio, giustamente ha scritto Miguel Reale che, "em sua longa vida criadora, nenhuma aspiração terá sido maior do que a persistente indagação de Bobbio à essência da democracia , que uns fundam na liberdade, enquanto outros invocam a igualdade". Bobbio propendeva senz'altro per l'eguaglianza, anche se per lui i due valori sono complementari. Il desembargador Paulo Gadelha ha colto nel segno, ricordando che il senatore Bobbio, "no mar dos processos políticos e econômicos, navegava sonhando outra direção: um modelo onde fosse possível a convivência entre a liberdade e a vida con dignidade". Ma, nonostante la sua eccezionale influenza sul pensiero politico italiano, nonostante la sua nomina a senatore a vita, nonostante i costanti contatti con i partiti politici italiani, Bobbio restò sempre e soltanto un professore.

   Il relativismo dei valori è il fondamento non solo del positivismo kelseniano, ma anche della sua concezione della democrazia. Senza relativismo dei valori, non c'è democrazia né tolleranza. E senza tolleranza non c'è pace. Da un valore che ritiene di essere superiore agli altri nasce un ordinamento giuridico giusnaturalistico e un sistema politico autoritario. La democrazia è possibile soltanto se i valori presenti in una società sono equivalenti, perché soltanto sulla base di questo presupposto è possibile l'alternarsi di maggioranza e minoranza.

   Da questa presa di posizione discende l'aperta condanna del fascismo, che Bobbio pagò con la prigione e Treves con un lungo esilio. Ma deriva anche la condanna degli autoritarismi, per così dire, "deboli" o "minori", contro cui Bobbio si schierò in prima linea sia negli scritti scientifici, sia negli interventi militanti nei mezzi di comunicazione. Basti pensare, negli anni Cinquanta, alla celebre polemica con Palmiro Togliatti. Questa polemica però non lo fece mai arroccare sulle posizioni anticomuniste, tanto che questa sua apertura ai valori della sinistra fu oggetto di attacchi anche violenti da parte non solo delle destre, ma anche di alcuni settori dell'allora Democrazia Cristiana. Ma erano gli asfissianti anni Cinquanta: al sindaco cattolico di Firenze, La Pira, bastò un atteggiamento aperto verso la sinistra (oggi si direbbe: ecumenico) per essere definito "il pesce rosso nell'acquasantiera". Ma, in tempi più recenti, bisogna anche ricordare la polemica aperta contro il decisionismo amorale del socialista Bettino Craxi (che lo ripagò con pubblici insulti; e la nomina di Bobbio a senatore a vita venne dal Presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, quasi come un atto riparatorio), contro il "peronismo mediatico" dell'imprenditore Berlusconi e contro la Chiesa anti-conciliare dell'attuale Papa Giovanni Paolo II.

   Mi sembra rivelatore che, nelle polemiche alla fine del secolo XX, siano ritornati i temi e le parole degli anni Cinquanta-Sessanta, quasi a dimostrare che il processo storico non è lineare, ma conosce avanzamenti e regressi. Uno dei termini-chiave di questo ritorno è "laicismo". Era un termine corrente alla fine degli anni Cinquanta, quando io frequentavo le lezioni di Bobbio. Oggi sarei propenso a definirlo come il contrario di "fondamentalismo" (religioso o politico), termine allora mai usato.

   Il laicismo non deve far pensare all'anticlericalismo, che pure ebbe tanto spazio nella storia dell'Italia unita. Per Bobbio, l'anticlericalismo era tanto anti-laico quanto l'inflessibilità religiosa o ideologica: per Bobbio non c'era differenza tra preti rossi e preti neri. Essere laico significava per Bobbio essere contrario agli eccessi dei valori assoluti (qualunque essi fossero), non essere contrario alla Chiesa contrapponendo un valore assoluto a un altro valore assoluto. Bobbio era un laico con un fortissimo senso religioso. Basta rileggere le sue ultime volontà del 1999:

    Creio que não me distancei nunca da religião dos pais, mas da Igreja, sim. Dela me distanciei já há um tempo excessivo, para agora voltar, meio furtivamente, na última hora. Não me considero nem ateu nem agnóstico. Como homem de razão e não de fé, compreendo estar mergulhado no mistério que a razão não consegue penetrar em profundidade, e as várias religiões interpretam de vários modos.

    Ma questa sua religiosità laica, questo rispetto per chi crede, non deve essere frainteso e, in particolare, non va interpretato come un'accettazione di valori religiosi, che pure erano stati propri dell'esistenza giovanile di Bobbio: "Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all’ultima ora", scriveva nel 1999.

    Un'intervista di Don Maurilio Guasco, suo allievo e oggi docente alla facoltà di scienze politiche di Alessandria, ha messo bene in chiaro questa linea di separazione: Bobbio "ammetteva pienamente la possibilità di cercare risposte al mistero della vita e della morte attraverso le varie religioni. Ma per sé aveva scelto invece la ragione, la razionalità". Era, come Bobbio stesso aveva scritto nelle ultime volontà, un "uomo di ragione e non di fede": e per "fede" intendeva ogni credo assoluto, tanto religioso, quanto politico.

   Leonardo Boff ricorda come religione e Chiesa fossero presenti, ancorché in collisione, nell'atteggiamento di Bobbio quando nel 1991 l'Università di Torino attribuì a Boff la laurea honoris causa:

   Em meio ao conflito que nos anos 80 e 90 envolveu a teologia da libertação, foi Bobbio dos poucos pensadores europeus que, de imediato, compreendeu a relevância desta teologia para uma democracia como valor universal a ser vivida a partir da base e dos últimos. Captou a relevância política das comunidades eclesiais de base e da leitura popular da Bíblia porque não apenas criam cristãos militantes mas também agentes de transformação social. Em razão destes valores, quis honrar esta significação política, fazendo com que a Università degli Studi de Turim, onde era eminente professor, me concedesse, em nome de tantos, o título de Doutor Honoris Causa em Política, o que ocorreu no dia 27 de novembro de 1991. Lembro-me de que o Vaticano e o Cardeal de Turim pressionaram as autoridades da Universidade para que não concedessem este título a um teólogo "maldito" como eu. O Prof. Bobbio protestou com veemência e fez valer a autonomia da universidade.

   Foi nesta ocasião que conversamos longamente, no dia antes da cerimônia e no dia após quando participei de um debate público num dos salões da cidade. Arguto, foi ao cerne da questão que interessava a ele e a mim: o sentido singular que nós, teólogos da libertação, dávamos aos pobres. A maioria tem dificuldade de entender esta questão e ele a havia captado em sua diferença específica.

   Il laico Bobbio guardava con interesse e preoccupazione alle religioni dei nostri giorni, ai conflitti che esse suscitavano nei Balcani e nel Medio Oriente. Tra le religioni, Bobbio auspicava "il rafforzamento di un principio fondamentalmente laico, la regola della convivenza laica per eccellenza, che è la tolleranza. Se mi chiedi quale sia per me un mondo migliore auspicabile nel nuovo millennio, rispondo che sarà soltanto quello in cui trionferà il principio laico, laicissimo, della tolleranza universale".

   Tolleranza, relativismo dei valori, positivismo giuridico, sistema democratico, laicismo: tout se tient.

 

3. Le ultime polemiche nel segno della coerenza.

   Bobbio fu un filosofo militante, come ha messo bene in luce Gustavo Krause; e lo fu con le asperità e le durezze che ogni militanza comporta: anche se la militanza è di idee, e non di parte o di partito. Ora che non c'è più, temo che trasformino il suo laicismo in atteggiamento irenico, in una visione ideologica in cui tutti i gatti sono grigi. Temo anche la distorsione contraria, cioè che gli facciano dire quello che non ha detto, che ne facciano un "chierico" di parte, e non - come intendeva lui per "chierico" - uno studioso che milita dalla parte della ragione. Prima che il mio Maestro venga travolto dal restyling revisionista o dalla melassa post-mortem, vorrei qui ricordarlo nella ruvida umanità della sua militanza democratica. Basterà un solo esempio.

   Alla fine del 2000, la Fondazione Nenni organizzò un incontro per chiarire che cosa si dovesse intendere per "revisionismo storico". Bobbio pubblicò su "La Stampa" un articolo che passò come carta vetrata sui sorrisi di molti politici e intellettuali e suscitò una tempesta di polemiche. Basti qui citare i punti che più rivelano il Bobbio militante.

   a) Sin dall'inizio degli anni Novanta, quando il governo di centro-destra iniziò a governare l'Italia, Bobbio si mostrò fortemente critico verso quella formazione eterogenea, cementata soltanto dalla carismatica potenza economica di un leader in gravi difficoltà anche giudiziarie. Manifestava spesso questa sua preoccupazione, come dimostra una lettera a Carlos Henrique Cardim.

   Em carta, Bobbio assinalou a preocupação pela "análise das formas degenerativas da sociedade contemporânea e suas estreitas relações com o poder da televisão, em modo particular da televisão comercial". "Estou muito interessado – afirmava Bobbio - no tema da formação da mentalidade de massa na sociedade dominada por aquela formidável máquina de formação de consenso que é a televisão". "Fui criticado por aqueles que têm interesse em apoiar o poder atual de grande monopolização da TV comercial, que é, como disse, um grande e ameaçador poder político (ameaçador para a nossa democracia). Necessito defender-me, e ter bons argumentos para fazê-lo".

   In parallelo all'ascesa politica delle destre (ben più visibili e aggressive dei nuovi partiti di centro) nacque la polemica sul revisionismo storico (che in alcuni casi divenne negazionismo, nel senso che negava l'esistenza stessa dell'Olocausto). Bobbio precisò i concetti, poi diede battaglia.

   A differenza della revisione, il revisionismo è un'ideologia che, come tutte le ideologie, ha una funzione eminentemente pratica. Lo scopo pratico di un'ideologia sta nell’orientare il giudizio storico in un senso favorevole o sfavorevole a una parte politica, non attraverso la sola revisione di fatti o di interpretazioni, ma modificando e talora capovolgendo il giudizio storico consolidato. Proprio perché è un'ideologia, al revisionismo si addice la tipica dicotomia di destra e di sinistra. [...]

   Le due operazioni revisionistiche oggi dominanti sono la rivalutazione del fascismo e la svalutazione o denegazione della Resistenza.

   Della prima il più recente episodio è la proposta del controllo dei libri scolastici, avanzata da uno dei leader di Alleanza Nazionale, Francesco Storace.

   Quanto al secondo revisionismo, è anch’esso di questi giorni [cioè del dicembre 2000] il tentativo di mettere sullo stesso piano di "pari dignità" la lotta condotta dai partigiani per la liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca e quella opposta dei militi più o meno volontari della Repubblica di Salò. [...] Ma questa dignità è sin troppo facilmente confutabile. Come ho già scritto sulla "Stampa" basta porsi l’ovvia ed elementare domanda su quali sarebbero state le conseguenze della vittoria dei repubblichini alleati coi tedeschi, invece di quella dei partigiani combattenti dalla parte degli alleati nella guerra antinazista. Non sarebbe stata la perpetuazione, anzi il rafforzamento, del dominio del nazismo sull’intera Europa?

   b) Da una piega dell'intervista trapela la critica, anzi quasi l'insofferenza di Bobbio per il centro-destra, che sente come una minaccia per l'ordinamento democratico a causa delle sue posizioni intolleranti verso l'opposizione.

   Silvio Berlusconi ci ha fatto sapere recentemente, parlando ai ragazzi di Comunione e Liberazione, che il combattere contro il comunismo è un dovere morale. Ma dopo le sguaiataggini di Storace e le sciocchezze costituzionali di Bossi non è forse un dovere morale per noi usare tutti i mezzi che la democrazia ci consente per impedire al Polo di vincere le prossime elezioni? La conseguenza di questa vittoria sarebbe inevitabilmente un governo con un presidente come Berlusconi, un vicepresidente come Fini, un ministro degli Interni come Bossi o Maroni. E perché poi Storace non potrebbe diventare ministro dell’Istruzione o dei Beni culturali?

   Qui Bobbio fu profeta, perché nel 2000 previde quello che sarebbe effettivamente avvenuto di lì poco nel secondo governo presieduto da Berlusconi: Fini, ex neofascista, divenne vicepresidente del consiglio, Maroni (della Lega Nord separatista) divenne ministro del welfare. Un governo, però, in cui il fautore del separatismo del Nord, Umberto Bossi, è ministro delle riforme costituzionali: quelle cioè che devono sancire la dissoluzione dello Stato unitario italiano. Neppure il tradizionale pessimismo di Bobbio si era spinto fino a questo punto.

   D'altra parte, Bobbio non si era mai illuso sulla possibilità che gli intellettuali fossero presi in seria considerazione dai politici, cioè che la ragione potesse essere una bussola per la politica. Era un tema che concludeva quasi tutti i nostri colloquii sulla politica italiana e che conclude anche un suo libro che traccia un nitido quadro ideologico del Novecento. I problemi dell'Italia degli anni Novanta erano per lui dovuti al "venir meno di quella tensione ideale da cui la nostra repubblica era nata". E lui, l'uomo del dubbio, concludeva questa volta: "La mia risposta non è dubbia. Ma è la risposta di un "chierico" e potrebbe essere una prova di quel perenne contrasto che fra gli uomini di idee e gli uomini di azione, la cui constatazione è stata, in queste pagine, un tema costante di riflessione".

    c) La parte forse più criticata di quell'intervista coinvolge il rapporto di Bobbio con la Chiesa, che con il "giubileo dei politici" aveva richiamato a Roma numerose figure di primo piano. Fu un'entrata della Chiesa nel campo della politica che già altri aveva definito l'"eutanasia della laicità" (Rusconi).

   Per quel che riguarda il capitolo sul laicismo (che è l’altro tema del convegno della Fondazione Nenni) mi limito a commentare l’arrivo di parlamentari da tutto il mondo per aderire alla proposta di un santo protettore fatta dal Papa. A parte l’osservazione che, con questa familiarità coi santi, Giovanni Paolo II dimostra di essere un perfetto Papa della controriforma, il fatto che alla elezione di santo protettore dei parlamentari sia stato chiamato Tommaso Moro, giustiziato con il taglio della testa per aver condannato lo scisma di Enrico VIII, ha qualche cosa, se non di macabro, di beffardo.

   Tommaso Moro è stato un martire della fede: non si riesce a capire quale modello possa essere per uomini politici il cui impegno è rivolto a trattare tutt’altro genere di affari.

   Questa parte dell'intervista suscitò innumerevoli polemiche, specie da parte cattolica, cui Bobbio rispose con un'altra lunga intervista, che va letta tenendo presente le osservazioni iniziali sulla religiosità di Bobbio. La sua posizione intellettuale risulta particolarmente netta con riferimento all'elevazione di Tommaso Moro a santo patrono dei politici.

   Dal mio punto di vista, che è quello di un laico, creare un santo patrono protettore dei governanti e dei politici mi sembra un atto che evoca la Controriforma. Può darsi che io non abbia tanta dimestichezza con i santi, come ha suggerito il senatore Andreotti, però è noto che il Concilio di Trento, fra le altre cose, dichiarò legittimo, anzi doveroso, il culto dei santi, ripudiato dalla Riforma. Tempo fa ho letto nel bel libro Tribunali della coscienza, che lo storico Adriano Prosperi ha pubblicato da Einaudi nel 1996, come la Chiesa affidasse allora all’Inquisizione non solo la lotta all’eresia, ma anche la ratifica della santità, per esercitare uno stretto controllo sulle forme di devozionismo popolare.

   In quella seconda intervista Bobbio non recede neppure nella critica al futuro governo che, nel 2000, si annunciava all'orizzonte: con quella frase [non è forse un dovere morale per noi, ecc.] facevo il verso a Berlusconi, il quale aveva parlato di "dovere morale" di votare contro i comunisti. In secondo luogo, altro è un governo con il Cavaliere, altro un governo del Cavaliere, affiancato da due partiti come la Lega e Alleanza nazionale, in contrasto fra di loro e che non hanno una tradizione democratica alle spalle.

   Il risultato delle elezioni doveva di lì a poco confermare le sue apprensioni. Ma oggi, riconsiderando quella polemica a distanza di oltre un decennio, mi commuove un aspetto non politico né militante, ma umano, nascosto nelle ultime righe: quel costante pensiero della morte vicina che lo accompagnò sempre più intensamente negli ultimi anni.

   [Il senatore Cossiga] ha commentato il mio intervento dicendo che, se lui sta arrivando alla fine della sua stagione, la fine della mia è già arrivata. Proprio così. Ma quando si tocca il traguardo non ci si può fermare di colpo. Si continua il cammino per un certo tratto di strada, per forza d’inerzia. Sino a che lo scatto iniziale è esaurito. Io oggi mi trovo a percorrere quest’ultimo tratto, che peraltro, posso rassicurare Cossiga, è destinato a durare poco".

   Dunque, Bobbio non era soltanto un polemista urticante. Il suo lato umano è legato a quella mitezza - "una virtù che prediligo" - che sembra quasi in contrasto con l'asprezza del filosofo militante. Ma la sua mitezza è, a mio avviso, un modo di manifestarsi della sua tolleranza, che riteneva la virtù fondamentale per conservare la società democratica. Tuttavia è opportuno soffermarsi brevemente sul significato del termine 'mitezza', per evitare fraintendimenti. Basti brevemente ricordare che proprio su questo termine (e per un malinteso) si accese una polemica con Giuliano Pontara, perché Bobbio aveva indicato, come sinonimo della mitezza, la "non-violenza". "Identifico il mite con il non violento" aveva scritto Bobbio, e Pontara - uno dei grandi teorici della nonviolenza - gli aveva rimproverato di non considerare la "nonviolenza attiva" di Gandhi e Capitini. La polemica fra i due amici derivava dall'uso dei medesimi termini in sensi diversi, e buona parte della colpa ricadeva sulla vaghezza del termine 'mite'.

 

4. Le difficoltà - non solo semantiche - della "mitezza".

   Vorrei concludere queste pagine con un richiamo a questo aspetto "mite" di Bobbio: ne abbiamo visto le asperità del militante, ma quelle asperità avevano il fine di affermare valori positivi, come la tolleranza, l'eguaglianza, la nonviolenza, la mitezza nella vita sociale. Proprio la difficoltà di esprimere i concetti che si celano dietro questi termini mi ha indotto, oggi, a parlare in italiano: e colgo l'occasione per ringraziarvi di avermi pazientemente seguito fin qui.

   Recentemente è stato tradotto anche in Brasile quell'Elogio della mitezza che, in Italia, vide la luce nel 1998, sulle orme di uno scritto del costituzionalista torinese Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite. Zagrebelsky contrappone il rigido diritto legislativo del passato al diritto costituzionale fondato su principî del presente, e chiama quest'ultimo "mite", perché offre al giudice lo strumento per adattarsi alle situazioni concrete senza ricorrere ai principî positivististici "la legge è legge", "dura lex sed lex", "fiat iustitia et pereat mundus". La traduzione brasiliana di Bobbio si intitola Elogio da serenidade; e così si intitola anche un articolo recente che si richiama a quella traduzione. Però ho qualche dubbio sul fatto che "serenidade" possa tradurre il termine 'mitezza'. Anzi, già in italiano il termine 'mitezza' suscita qualche perplessità anche in Bobbio: "un aggettivo per definire una concezione [...] che corrisponda a una concezione costituzionalistica, e non più soltanto legislativa, del diritto, non c'è".

   Che cosa significa per Bobbio (e anche per Zagrebelsky) il termine 'mitezza'? "Tempo fa, - precisa Bobbio, - in una conferenza sulla 'mitezza', una virtù che prediligo, l'avevo collocata tra le virtù deboli, come la modestia, la moderazione, la temperanza, contrapposte alle virtù forti, come il coraggio, l'ardimento, la prodezza". Per Zagrebelsky, in qualche frase, "mite" è sinonimo di "moderato". Bobbio osserva che, prima di Zagrebelsky, l'aggettivo "mite" non era mai stato attribuito al diritto; la mitezza si addice soltanto al momento della statuizione o dell'applicazione del diritto: una legge è mite, un giudice è mite. La clemenza è la virtù del giudice o del legislatore mite. La "convivenza mite" è quella "pacifica", e così si torna al valore della democrazia come composizione dei conflitti, come tolleranza, come via verso la pace. La "mitezza della costituzione" è il "bando di ogni atteggiamento intransigente" nell'interpretare i molteplici principî oggi presenti nelle costituzioni moderne. Bobbio non ritiene poi che "equo" e "flessibile" possano essere sinonimi di "mite": il primo perché si richiama alla nozione di equità come valutazione secondo criteri personale, il secondo perché oggi usato nella distinzione fra costituzioni rigide e flessibili. Insomma, conclude Bobbio, questi tentativi di trovare dei sinonimi aiutano a capire che cosa vuol dire "mitezza" nel contesto giuridico: "Alla fine, che cosa si intende per 'mite' finisce per essere chiaro, anche se lessicalmente non del tutto soddisfacente".

   In questo scritto di Bobbio due punti possono essere di particolare interesse, specialmente in Brasile dove spesso la costituzione del 1988 non concorda con la legislazione ereditata da un passato oggi rifiutato.

   In primo luogo, l'interprete del diritto - e in particolare il giudice - deve tenere conto non solo della legge, ma anche dei principî presenti nella costituzione; principî che possono essere più d'uno, e non necessariamente omogenei. Quindi l'applicazione del diritto non può essere rigida, ma - e qui viene il problema terminologico - "mite", cioè flessibile, moderata, clemente. Ho incontrato più volte, nelle sentenze d'ogni grado in Brasile, questo uso dei principî costituzionali per addolcire l'applicazione della legge. Basti pensare allo Statuto della Terra del 1964 e alla funzione sociale della proprietà sancita dalla costituzione del 1988.

   In secondo luogo, lo stato sociale ha dato forza ai "principî materiali di giustizia" che per Zagrebelsky sono la caratteristica del diritto attuale. Essi trovano espressione nelle costituzioni lunghe, che regolano materie prima affidate ad altri settori del diritto. ("Mi sono già chiesto, - dice incidentalmente Bobbio, - se questa prospettiva non ci spingerà verso costituzioni 'lunghissime'".) Il diritto costituzionale sembra oggi ritornare verso una nuova concezione della solidarietà, dopo un periodo che aveva conosciuto "una forte subordinazione della logica dei diritti alle esigenze della politica". Subordinazione che "spingeva uno studioso come Gustav Radbruch a rifiutare come una "conventionelle Lüge", una menzogna convenzionale, il tentativo delle "lunghe" costituzioni del primo dopoguerra di parlare di una "funzione sociale" della proprietà". Il discorso della mitezza, dunque, coinvolge anche la Costituzione del 1988 e la sua influenza sulla legislazione e sulla giurisprudenza del Brasile odierno: tema che può essere soltanto evocato, perché dal 1988 a oggi è ormai stata scritta un'intera biblioteca di testi costituzionali, sociologici e politici sulla "funzione sociale della proprietà".

   Torniamo alle nostre modeste considerazioni sulla terminologia. La mitezza (o moderazione) è una virtù del legislatore o del giudice, non una qualità del diritto. Può essere resa in portoghese con "serenidade"? Gli spagnoli hanno usato un termine che si trova anche in Bobbio: "templanza", temperanza. Una delle virtù più care al Medioevo. Forse "temperança" renderebbe meglio il concetto di "mitezza" che ho cercato di illustrare brevemente? Affido la scelta alla sensibilità linguistica dei lusòfoni."

(© JC Online)

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