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Morre aos 70 anos a atriz italiana Laura Betti

01/08/2004

 

da France Presse, em Roma

   A atriz italiana Laura Betti, protagonista de "Teorema" do diretor italiano Pier Paolo Pasolini, morreu em um hospital de Roma aos 70 anos de idade, informou a agência Ansa.

   Nascida na Bolonha (norte), em 1º de maio de 1934, Betti começou sua carreira como cantora de cabaré e foi descoberta por Federico Fellini, que a lançou no cinema no filme "La Dolce Vita".
Ela acabou se tornando a atriz preferida de seu amigo Pasolini, que lhe deu o papel principal em "Teorema", pelo qual ganhou a Copa Volpi de melhor atriz do Festival de Veneza em 1970.

   Laura Betti também trabalhou com diretores como Roberto Rosselini ("Fugitivos na Noite", 1960), Marco Bellochio ("Em Nome do Pai", 1972), os irmãos Paolo e Vitorio Taviani ("Allonsanfan", 1973), Mauro Bolognini ("La Gran Burguesía", 1974), Bernardo Bertolucci ("Novecento", 1976), Mario Monicelli ("Viagem com Anita", 1979) e Ettore Scola ("Casanova e a Revolução", 1981).

   Em 2002, a atriz foi convidada a vir ao Brasil para exibir o documentário que dirigiu sobre Pasolini, "Pier Paolo Pasolini e a Razão do Sonho", na 26ª Mostra BR de Cinema - Mostra Internacional de Cinema em São Paulo.

(© Folha Online)


MORTA LAURA BETTI: 'TRAGICA MARLENE' PER PASOLINI

   ROMA - ''Una tragica Marlene, una vera Garbo'' che si era ''messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda''. Cosi' Pier Paolo Pasolini definiva Laura Betti nel 1971 immaginando per 'Vogue' un necrologio dell'attrice per il 2001.

'   'Un'eroina, una persona molto spiritosa e un'eccellente cuoca'' sottolineava Pasolini parlando della sua amica attrice, con cui strinse un grande sodalizio artistico e di anime. E immaginando la sua morte tre anni prima di quella vera lo scrittore aveva detto nel necrologio: ''Sono sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella e' certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale''. '''La mia morte e' provvisoria, e' un fenomeno passeggero' essa par dire, - continuava Pasolini - con l'aria di un personaggio di Gogol', Dostojewsky o di Kafka, 'in alto loco si sta brigando perche' tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima'''.

   Contestatrice, anima in rivolta, graffiante e ruvida, la Betti non era, spiega ancora Pasolini, una persona ambigua, al contrario una donna ''tutta d'un pezzo: inarticolata come un fossile''.

   Sempre controcorrente come il suo amico Pasolini, l'attrice e regista, nata a Bologna il 1 maggio del 1934 e il cui vero cognome era Trombetti, era entrata nel mondo dello spettacolo come cantante jazz ed e' stato proprio il suo modo di usare la voce una delle sue forme di espressione piu' originali. Definita da alcuni giornali romani dell'epoca la 'Giaguara' perche' ''aggressiva e intrigante'', la Betti dopo il debutto a meta' anni '50 ne 'I saltimbanchi' con Walter Chiari e nel 'Cid' di Corneille con la compagnia di Enrico Maria Salerno, la Betti diventa la cantante degli scrittori interpretando per lo spettacolo 'Giro a vuoto' nel 1960, canzoni con testi di Soldati, Moravia, Flaiano, Calvino, Bassani e Pasolini.

   Incontrato per la prima volta nel 1956, Pasolini per lei ritaglia ruoli difficili muovendosi, dal teatro al cinema su percorsi originali. Diva del Cinema ne 'La Ricotta', serva Emilia in 'Teorema', con cui vinse una coppa Volpi a Venezia nel 1968 e donna di Bath ne 'I racconti di Canterbury', la Betti ha lavorato anche con registi come Roberto Rossellini ('Era notte a Roma'), Federico Fellini ('La dolce vita'), Marco Bellocchio ('Nel nome del padre'), Bernardo Bertolucci ('Novecento'), Mario Monicelli ('Viaggio con Anita'), la Betti e' stata molto amica di scrittori e artisti della scena letteraria di quegli anni, primo fra tutti Moravia al quale era profondamente legata.

   Direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini, creato da lei nel 1980 e recentemente trasferito a Bologna, la Betti era diventata regista lei stessa nel 2001 per lavorare al film-documentario 'Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno' che nelle sue intenzioni voleva essere il piu' completo mai realizzato sulla vita dello scrittore, evento fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001.

   ''Ho fatto un film - aveva spiegato la Betti - sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto cio' che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia, una falsa capacita' di capire, una non troppo furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione'' per poi aggiungere che il film era ''un delirio sano''.

   Impegnata negli ultimi anni a tenere viva la memoria di Pasolini soprattutto fra i giovani, la Betti ha girato il mondo per presentare rassegne cinematografiche sullo scrittore al quale ha dedicato numerosi recital.

(© ANSA)


Laura, la garbata esuberanza

di Renato Nicolini

   Laura Betti ci ha lasciato, quasi in punta di piedi, a 70 anni, con quel garbo discreto che era l'altra faccia, nota agli amici, della sua esuberanza polemica. Era stata, da qualche tempo, sfrattata dalla sua casa romana di via di Montoro, dove invitava le volte (ricorrenti, ma non troppo frequenti) che aveva voglia di cucinare. Frequentata, tra gli altri, da Alberto Moravia e da Enzo Siciliano, la sua piccola terrazza era l'esatto opposto della Terrazza romana del film di Scola. Anziché di potere (reale) e di (esibite) utopie, vi regnava, per quanto era possibile, il gioioso materialismo del convito. Il Fondo Pasolini, sua ragione principale di vita per quasi trent'anni, si era anch'esso separato da lei, trovando nuova casa (dopo aspri contrasti che l'assessore romano Gianni Borgna ricorderà bene) a Bologna. Da qualche tempo era diventato difficile incontrarla, credo perché (lei così ricca di istintiva mitologia, tra il mondo familiare del dialetto - Teta Veleta si intitola il suo libro - ed il modello classico) voleva tenere per sé lo spettacolo dei fastidi dell'età.

   Ricordo la prima volta che l'ho vista, quando fece letteralmente irruzione, senza che nessuno riuscisse a fermarla, nel mio ufficio d'assessore alla cultura di Roma, nel '77, protestando a voce spiegata perché non l'avevo ancora chiamata, nonostante stessi organizzando con Giuseppe Zigaina la mostra dei disegni di Pasolini a Palazzo Braschi. Nonostante non abbia allora acconsentito a nessuna delle sue tante richieste, è nata un'amicizia, frutto delle diversità e della curiosità. Anche l'ultima volta che l'ho incontrata è stato sotto il segno di Pasolini, quando il Fondo aveva trovato provvisorio riparo presso la Fondazione Di Vittorio di Sergio Cofferati.

   Così come la perdurante attualità e fortuna critica di Pasolini si era troppo dilatata per essere contenuta nelle sole iniziative del Fondo (penso in primo luogo a Petrolio, la rassegna al centro della prima stagione del Mercadante Teatro Stabile di Napoli) - faremmo però torto a Laura Betti se limitassimo la sua importanza per la cultura europea al solo rapporto con Pasolini. Scrivo europea e non italiana, perché Laura Betti era Commendatore dell'Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica Francese istituito da Jack Lang. La cultura francese ha saputo rendere piena giustizia, negli ultimi vent'anni, al valore di molti intellettuali irregolari di casa nostra.

   L'esempio più significativo è quello di Carmelo Bene, in Francia considerato, prima ancora che un grandissimo attore, un uomo di pensiero - un esponente di spicco della forma oggi possibile, dopo il Ventesimo Secolo, di filosofia, intesa come desiderio e ricerca della verità anche attraverso l'arte e i poeti. Laura Betti era un'attrice di questo tipo - in modo ugualmente istintivo, dove il pensiero non è sovrapposto alla recitazione, ma è la sua essenza ed il suo risultato.

   Il primo ricordo di lei attrice che ho è una canzone, che ascoltavo ancora studente di architettura, agli inizi degli Anni Sessanta, che parlava di «millecento ferme sulla via/ con i vetri appannati/ di bugie e di fiati/ dove si va, diciamo così, a fare all'amore./ No, non dico a scambiarsi qualche bacio…». La memoria mi tradisce, ma esprimeva con tenerezza indicibile l'orrore nascosto ed i desideri celati di quegli Anni Cinquanta. Oggi penso in primo luogo a come l'attrice Laura Betti sapeva dare pieno senso alla parola poetica di Pasolini, nel recital Una disperata vitalità - dove il suono della sua voce arricchiva i concetti di tutta la contraddittoria pienezza del corpo e della vita, di fronte alla quale bisogna essere in primo luogo sgomenti e perplessi. O alla sua folgorante presenza in America, uno straordinario film in bianco e nero tratto dal romanzo di Kafka. Naturalmente, non è possibile dimenticarla in Teorema, il film più filosofico di Pasolini. O nel Piccolo Archimede di Gianni Amelio. Ma forse la sua interpretazione più profonda, giocata su molteplici registri, esplicitamente dialettica rispetto al personaggio, l'ha data nel ritratto della diabolica erotomane sadica e fascista in Novecento di Bernardo Bertolucci - una sorta di versione femminile del Marlon Brando di Apocalypse Now.  

   Ma in lei l'attrice non è separabile dalle sue curiosità; dai circoli della prima avanguardia che si formava provenendo da tutt'Italia a Roma nei primi Anni Cinquanta, da Elsa Morante a Pasolini a Cobelli, fino al giovane Luca Ronconi (per cui Laura recitò nel primo Candelaio) ed al suo organizzatore, allora altrettanto giovane, Paolo Radaelli - nel segno del carisma e del fascino e non del potere; dal suo sperimentalismo, che l'ha portata a cantare Brecht e Kurt Weill con Vittorio De Sica, e a recitare in Francia in un film con Jerry Lewis. È difficile pensare che questa straordinaria vitalità oggi debba restare viva soltanto nella memoria.

(© l'Unità)

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