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Brindisi, la fabbrica ha ucciso

10/11/2000

 

 

BRINDISI - Lo sapevano da vent'anni. Lo sapevano dal 1976 quando i medici milanesi e brindisini dissero che quasi 10 operai su 100, tra quelli impegnati nei reparti a rischio, si ammalavano di tumore. E morivano. Lo sapevano e non hanno mai fatto nulla perchè il mostro è ancora lì, subito dopo viale Arno, quando la superstrada che arriva da Lecce diventa un trampolino sul mare blu e sui depositi di quella polvere-killer chiamata cloruro di vinile. Lo sapevano tutti, la mamme, le mogli, i bambini di quei militi ignoti del Petrochilmico di Brindisi che l'altro giorno è finito addirittura sul libro degli encomi della presidenza della Repubblica per il suo impegno nella lotta contro i tumori...

   Oggi il Petrolchimico è chiuso, 270 ettari sbarrati, la magistratura ne ha ordinato il sequestro e ha emesso 68 informazioni di garanzia a carico di dirigenti ed ex dirigenti del Petrolchimico indagati di strage colposa, disastro ambientale doloso, lesioni gravi e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Gli indagati appartengono o appartenevano alle società Montedison, Enichem, Evc e Celtica Ambiente: sono o sono stati direttori di stabilimento, direttori del personale e responsabili della sicurezza. Tutte le perizie commissionate a tecnici e oncologi hanno confermato che l'esposizione al cloruro di vinile monomero e al policloruro di vinile ha causato la morte per tumore di almeno 14 lavoratori e l'insorgenza di patologie degenerative polmonari in altri 83 operai. Altri 6 lavoratori hanno riportato deficit di circolazione negli arti, a 18 è stata diagnosticata l'asbestosi, il primo passo del cancro. Non basta: adesso si teme e si pensa che la lista sia più lunga e possa arricchirsi di altre morti dimenticate e morti che camminano, quelle di cittadini della zona, la più esposta alle polveri cancerogene che fanno di Brindisi la capitale dei tumori polmonari, il 50 per cento in più rispetto alla media pugliese negli uomini e il 35 per cento in più fra le donne, come attesta l'Organizzazione mondiale della sanità.

   Eppure tutti sapevano che gli operai del Petrolchimico si ammalavano di lavoro. Lo sapeva anche Addolorata Garrino che aveva 11 anni quando suo padre Cosimo morì a 54 anni per tumore a Novoli, un paese vicino. Lei oggi ricorda che il cloruro di vinile usciva addirittura dall'acqua da bere. Dice che gli operai venivano controllati ogni tre mesi e quando suo padre non si sentì bene gli dissero di prendersi un bel periodo di malattia. Lo sapevano anche i familiari di Elvio Elvio Marinelli, disegnatore di Brindisi, oppure quelli di Raffaele Barca, tutti morti di tumore.
Lo sapevano. E chi poteva, non ha mai fatto nulla: da due anni quella di Brindisi è un'area inserita tra le 11 zone di interesse nazionale da bonificare individuate in base al decreto legislativo 426 del '98. Ma la bonifica non è iniziata.

   Eppure era il 1976 quando da uno screening su 800 lavoratori emerse una percentuale di morti pari al 9 per cento - o qualcosa di più - dei lavoratori nei reparti a rischio. Solo nel 1996, il signor Luigi Caretto che aveva 62 anni, un cancro ai polmoni e una grande rabbia in corpo, inviò un esposto a Felice Casson, sostituto procuratore di Venezia, il magistrato che aveva ipotizzato il reato di strage per i dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera. Casson inviò gli atti al suo collega brindisino, Nicola Piacente che avviò l'inchiesta. Poi Piacente è diventato giudice al Tribunale dell'Aja e l'inchiesta è stata affidata dal procuratore Luigi Molendini a un gruppo di sostituti, Emilio Arnesano, Giuseppe De Nozza, Paolo Bargero, coordinati dal procuratore aggiunto Cosimo Bottazzi che un giorno ha preso l'areo ed è andato a Bologna per incontrare il professor Cesare Maltoni che aveva già stilato la perizia sul Petrolchimico di Marghera. Identico il verdetto sugli impianti di Brindisi, ora dismessi dalla società proprietaria, la Evc che proprio nei mesi scorsi li ha ceduti alla Celtica Ambiente. E quest'ultima, in quest'area, intende realizzare un bell'impianto per la produzione di energia dalla combustione di rifiuti, proprio qui, a tre miglia dal mare dove, dicono, i pesci non ci sono più. Ci sono ancora, invece, le vicine centrali Enel a carbone e a orimulsion, le attività portuali per il trasporto di carbone destinato alle stesse centrali, mentre Legambiente e Wwf e il Comune di Brindisi annunciano che si costituiranno parte civile al processo per le morti e le malattie al Petrolchimico. (DOMENICO CASTELLANETA, La Repubblica)

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