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BRINDISI - Lo sapevano da
vent'anni. Lo sapevano dal 1976 quando i medici milanesi e brindisini dissero che quasi 10
operai su 100, tra quelli impegnati nei reparti a rischio, si ammalavano di tumore. E
morivano. Lo sapevano e non hanno mai fatto nulla perchè il mostro è ancora lì, subito
dopo viale Arno, quando la superstrada che arriva da Lecce diventa un trampolino sul mare
blu e sui depositi di quella polvere-killer chiamata cloruro di vinile. Lo sapevano tutti,
la mamme, le mogli, i bambini di quei militi ignoti del Petrochilmico di Brindisi che
l'altro giorno è finito addirittura sul libro degli encomi della presidenza della
Repubblica per il suo impegno nella lotta contro i tumori...
Oggi il Petrolchimico è chiuso, 270 ettari sbarrati, la
magistratura ne ha ordinato il sequestro e ha emesso 68 informazioni di garanzia a carico
di dirigenti ed ex dirigenti del Petrolchimico indagati di strage colposa, disastro
ambientale doloso, lesioni gravi e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul
lavoro. Gli indagati appartengono o appartenevano alle società Montedison, Enichem, Evc e
Celtica Ambiente: sono o sono stati direttori di stabilimento, direttori del personale e
responsabili della sicurezza. Tutte le perizie commissionate a tecnici e oncologi hanno
confermato che l'esposizione al cloruro di vinile monomero e al policloruro di vinile ha
causato la morte per tumore di almeno 14 lavoratori e l'insorgenza di patologie
degenerative polmonari in altri 83 operai. Altri 6 lavoratori hanno riportato deficit di
circolazione negli arti, a 18 è stata diagnosticata l'asbestosi, il primo passo del
cancro. Non basta: adesso si teme e si pensa che la lista sia più lunga e possa
arricchirsi di altre morti dimenticate e morti che camminano, quelle di cittadini della
zona, la più esposta alle polveri cancerogene che fanno di Brindisi la capitale dei
tumori polmonari, il 50 per cento in più rispetto alla media pugliese negli uomini e il
35 per cento in più fra le donne, come attesta l'Organizzazione mondiale della sanità.
Eppure tutti sapevano che gli operai del Petrolchimico si
ammalavano di lavoro. Lo sapeva anche Addolorata Garrino che aveva 11 anni quando suo
padre Cosimo morì a 54 anni per tumore a Novoli, un paese vicino. Lei oggi ricorda che il
cloruro di vinile usciva addirittura dall'acqua da bere. Dice che gli operai venivano
controllati ogni tre mesi e quando suo padre non si sentì bene gli dissero di prendersi
un bel periodo di malattia. Lo sapevano anche i familiari di Elvio Elvio Marinelli,
disegnatore di Brindisi, oppure quelli di Raffaele Barca, tutti morti di tumore.
Lo sapevano. E chi poteva, non ha mai fatto nulla: da due anni quella di Brindisi è
un'area inserita tra le 11 zone di interesse nazionale da bonificare individuate in base
al decreto legislativo 426 del '98. Ma la bonifica non è iniziata.
Eppure era il 1976 quando da uno screening su 800 lavoratori
emerse una percentuale di morti pari al 9 per cento - o qualcosa di più - dei lavoratori
nei reparti a rischio. Solo nel 1996, il signor Luigi Caretto che aveva 62 anni, un cancro
ai polmoni e una grande rabbia in corpo, inviò un esposto a Felice Casson, sostituto
procuratore di Venezia, il magistrato che aveva ipotizzato il reato di strage per i
dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera. Casson inviò gli atti al suo collega
brindisino, Nicola Piacente che avviò l'inchiesta. Poi Piacente è diventato giudice al
Tribunale dell'Aja e l'inchiesta è stata affidata dal procuratore Luigi Molendini a un
gruppo di sostituti, Emilio Arnesano, Giuseppe De Nozza, Paolo Bargero, coordinati dal
procuratore aggiunto Cosimo Bottazzi che un giorno ha preso l'areo ed è andato a Bologna
per incontrare il professor Cesare Maltoni che aveva già stilato la perizia sul
Petrolchimico di Marghera. Identico il verdetto sugli impianti di Brindisi, ora dismessi
dalla società proprietaria, la Evc che proprio nei mesi scorsi li ha ceduti alla Celtica
Ambiente. E quest'ultima, in quest'area, intende realizzare un bell'impianto per la
produzione di energia dalla combustione di rifiuti, proprio qui, a tre miglia dal mare
dove, dicono, i pesci non ci sono più. Ci sono ancora, invece, le vicine centrali Enel a
carbone e a orimulsion, le attività portuali per il trasporto di carbone destinato alle
stesse centrali, mentre Legambiente e Wwf e il Comune di Brindisi annunciano che si
costituiranno parte civile al processo per le morti e le malattie al Petrolchimico. (DOMENICO CASTELLANETA, La Repubblica) |