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Edoardo Agnelli, cominciati i funerali

16/11/2000

 

 

Tutta la famiglia raccolta intorno al presidente onorario della Fiat e alla signora Marella

   TORINO - Sono iniziati i funerali di Edoardo Agnelli il figlio primogenito del senatore a vita e presidente onorario della Fiat, il cui cadavere è stato ritrovato ieri sul greto del torrente Stura.

   Edoardo Agnelli, 46 anni, è deceduto dopo un volo di quasi 80 metri dal viadotto dell’autostrada Torino-Savona nei pressi di Fossano. Tra le ipotesi degli investigatori sulla sua morte quella del suicidio.

   FUNERALI IN FORMA RISERVATA
- Poco prima delle 16 si è mosso dalla casa Agnelli di Villar Perosa il corteo di una ventina di auto al seguito del feretro di Edoardo Agnelli per la cerimonia funebre. La salma sarà tumulata nel vicino, piccolo cimitero dove c'è la tomba di famiglia.

   Subito dopo il carro funebre, su una Lancia Kappa blu Giovanni Agnelli, la moglie Marella e il nipote John Elkann. Appoggiate alla Cappella, una corona di fiori con la scritta Fiat e un cuscino del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e della moglie, signora Franca.

   Edoardo sarà tumulato nella cappella di famiglia, nel piccolo cimitero di Villar Perosa, sulla collina torinese, a fianco di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, morto per un tumore nel dicembre del 1997, la cui scomparsa aveva molto turbato il cugino. (Corriere della Sera)

 
Sensibile, inquieto, curioso, colto, fragile. ...

  
Sensibile, inquieto, curioso, colto, fragile. Edoardo Agnelli, primogenito e solo figlio maschio di Giovanni e Marella Caracciolo, viene descritto così dagli amici. Aggettivi che dipingono una personalità complessa e distante da ciò che le responsabilità e il blasone autorizzerebbero a cercare. Una personalità che ha spinto il figlio dell’Avvocato a studi filosofici e religiosi, a richiamare come proprio il modello francescano, a sorprendere pubblicamente rendendo manifesta la sospensione fra il richiamo agli impegni e alla successione e il desiderio di un rifugio nella ricerca privata di Dio. La sua distanza rende le biografie ufficiali poco generose di particolari. Nasce a New York il 9 giugno 1954, ma la prima formazione ha luogo nel più celebrato dei licei torinesi, il Massimo D’Azeglio, e in Inghilterra all’Atlantic College. Poi la scelta, che non trova il pieno consenso del padre, di studi umanistici. Di nuovo negli Stati Uniti. Si laurea in storia a Princeton, studia anche filosofia e teologia. La prima uscita pubblica è americana. Durante una conferenza a Princeton di Giorgio Napolitano, Edoardo lo raggiunge sul podio per portargli i saluti del padre.

   Segue un lungo periodo di riflessione, che lo porta anche in India. Una personale ricerca religiosa che, dice lui stesso, trova luogo d’inizio nella «contrapposizione al materialismo americano». Ma in India non resta. Torna in Italia e a spingerlo questa volta sembra la decisione di tentare il tirocinio classico delle famiglie industriali. Lavora all’Ifi, la finanziaria degli Agnelli, alla banca d’affari Lehman Brothers, quindi ai cementifici dell’Unicem. Infine, il passo che viene letto come una prima «consacrazione»: l’ingresso nel consiglio di amministrazione della Juventus. Sono i giorni dell’entusiasmo, della sua presenza in campo, e di un’intervista, la prima, a Tuttosport, nella quale esprime giudizi e fa programmi. E che fa rumore.

   Ma è in occasione di un appuntamento del tutto diverso, la manifestazione per la pace ad Assisi, che Edoardo decide di consegnare per la prima volta ai taccuini dei giornalisti e agli occhi del mondo le proprie idee su azienda, capitalismo, religione. È il 27 ottobre del 1986, Papa Wojtyla convoca i rappresentati delle maggiori religioni. Il primogenito partecipa, dopo avere chiesto al padre Vincenzo Colleri il biglietto d’accesso. E lì rilascia due interviste a Panorama e all’ Espresso . Definendo la religione «un rapporto privato fra Dio e me», una frase che ripeterà in seguito più volte, e che gli permetterà di «smarcare» in un originale sincretismo chi lo descrive induista, chi lo vuole musulmano, chi lo indica fervente cattolico. E sempre ad Assisi sorprende affermando del capitalismo: «È utopico che debba durare eternamente». Si esprime contro l’energia nucleare civile, sottolinea la propria attenzione verso «religione, filosofia e valori fondamentali», perché «non basta più produrre bene automobili». Tuttavia aggiunge: «Non per questo sarebbe opportuno da parte mia uno scollamento con l’azienda». Anzi, «la mia volontà è di assumere in prima persona tutte le responsabilità che spettano alla proprietà di un grande gruppo come il nostro».

   Vita privata all’insegna della privacy, vita pubblica ridotta il più possibile. Negli anni successivi solo poche dichiarazioni, tra le quali si distingue l’approvazione nei confronti della scelta di creare un’accomandita di famiglia, la Giovanni Agnelli & C. Poi, l’episodio di Malindi. Edoardo viene arrestato in Kenia, l’accusa: detenzione di stupefacenti. Lui si difende: aiutavo i tossicodipendenti e gli spacciatori si sono vendicati. Il processo si chiude nell’ottobre del ’90: assolto. Dal Kenia giungono immagini e parole che colpiscono. Il volto sottile, ascetico, di Edoardo che passeggia vestito di bianco sulla spiaggia, sorreggendosi su un bastoncino di bambù, più che altro sostegno psicologico. Di fronte alle telecamere è lui a ricordare che i suoi compagni di studi in America lo chiamavano «Crazy Eddy». Ma precisa: «Io non sono matto, sono soltanto alla ricerca delle verità, sono un filosofo».

   Quasi contemporaneamente arriva un altro proscioglimento, questa volta da Roma, relativo a un’istruttoria che ha per oggetto gli stupefacenti. La droga, alla quale fa talvolta implicito riferimento chi sottolinea la fragilità di Edoardo, sarà da allora sempre più motivo di impegno, testimonianza e aiuto nei confronti di chi soffre. A fianco di amici come don Mario Picchi e don Luigi Ciotti.

   Con loro, insieme ai francescani, il figlio del Re degli industriali matura ancora più opinioni controcorrente, distanti. Nell’ultima intervista, rilasciata al manifesto nel gennaio del ’98, consegna un’immagine di sé che sembra trovare in letteratura riferimenti nei personaggi di Dostojevski e Thomas Mann. Definisce il denaro «un mito pericoloso per i giovani». Delinea l’idea di una fondazione, auspica un Rinascimento, descrive la «fine dell’epoca moderna». E torna sulla responsabilità, affermando: «Non ho mai pensato di fare il manager, di occuparmi in prima persona dell’azienda». Critica la «logica barocca e decadente» di una parte della sua famiglia che, morto il cugino Giovanni Alberto jr., ha candidato in «tempi stretti» John Elkann, «un ragazzo in gamba, ma che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui».

   C’è sofferenza in quelle parole. La sofferenza di un uomo che ha sempre dichiarato amore per i genitori e manifestato anche da loro una distanza fatta di «esperienze profondamente differenti»: «Loro hanno potuto avere certezze. La mia generazione deve fare i conti con una crisi profonda dei valori». (Sergio Bocconi, Corriere della Sera)

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